Tutta mia la città
Un deserto che conosco
Tutta mia la città..
Quelli della mia generazione sicuramente ricordano questa canzone dell’Equipe 84 molto in voga alla fine degli anni Sessanta ,canzone che mi è tornata alla mente quando mia figlia a Milano per lavoro mi ha inviato una foto di Corso Italia , una via di solito molto frequentata e ora deserta come in un quadro di De Chirico,un luogo quasi pietrificato dove tutto è immobile come in attesa di qualcosa o di qualcuno che venga a destarla.
Città,luoghi misteriosi densi di memoria, di desideri , di ricordi e oggi città in quarantena dove nei luoghi simbolo si contano più piccioni che esseri umani.
Città vive e città morte come le molte città fantasma in ogni parte del mondo, luoghi abbandonati per eventi tellurici o dissesti idrogeologici, vere e proprie ‘città invisibili.
Alcune sono diventate siti archeologici , ma la maggior parte sono semplicemente zone vuote, spesso situate in località difficili da raggiungere, dall’aspetto spettrale, ma proprio per questo affascinanti per la loro storia che continua a scorrere tra le vie dissestate, i cornicioni sbriciolati, le ringhiere arrugginite e le finestre scardinate.
E poi città immaginate, fantastiche come quelle descritte daMarco Polo nei suoi dialoghi con il signore dei Tartari Kublai Khan, sì proprio loro, le “città invisibili”di Italo Calvino.
Città che ogni sera compaiono dinnanzi agli occhi dell’imperatore dei Tartari e mutano a seconda degli stati d’animo: possono essere eden perduti e anelati o inferni minacciosi dai quali fuggire.
La sentenza finaledel libro vale per le città invisibili e per quelle visibili, per quelle di ieri e per quelle di oggi, perché riguarda il nostro vivere in questo mondo difficile e confusionario e sulle possibilità che abbiamo di starci dentro.
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Alfa 49